Questa mattina a Trescore Balneario uno studente ha accoltellato la sua docente di francese alla gola e all’addome, lasciandola in gravi condizioni. Ha tredici anni, una maglietta con scritto “Vendetta” e un coltello nello zaino. Sembra che avesse pianificato tutto.

È difficile non fermarsi e chiedersi dove siamo arrivati.

Chi lavora ogni giorno nelle scuole — insegnanti, personale, dirigenti — sa bene che la complessità sociale è entrata da tempo tra i banchi. Disagio, bullismo e devianza sono sfide che vanno ben oltre l’insegnamento.

Educare, oggi, richiede coraggio. Il coraggio di chi non si arrende a quella complessità ma la affronta con gli strumenti della cultura, della relazione, della fiducia. Quel coraggio merita supporto. Quello che è successo è sintomatico di una deriva inaccettabile: ragazzi che girano armati come se fosse normale, che interiorizzano la vendetta come risposta legittima, che non trovano altri canali per sfogare il malessere. Non è solo un problema di ordine pubblico.

A scanso di equivoci, affermiamo con forza che non esiste una soluzione semplice ma riteniamo possibile formulare alcune osservazioni. La prima riguarda il ripristino della responsabilità familiare come fatto concreto: i genitori devono sapere cosa hanno i figli nello zaino, cosa guardano, cosa sentono; non è sorveglianza, è presenza consapevole. La seconda concerne la necessità di potenziare realmente – con consistenti risorse economiche – i servizi di neuropsichiatria infantile, psicologia scolastica e assistenza sociale; per intercettare il disagio prima che si trasformi in tragedia servono occhi e strumenti. La terza, più ampia, ci impone di riflettere seriamente sulla proliferazione di un immaginario violento che raggiunge i minori senza filtri e senza contrappesi.

Qualche mese fa abbiamo accolto con favore la Direttiva interministeriale sulla sicurezza scolastica e sull’eventuale ricorso ai metal detector. Ribadiamo oggi che la sicurezza non è un limite alla libertà di insegnamento ma ne è il presupposto. I fatti odierni confermano la necessità di garantirla, tuttavia nessun protocollo può bastare senza un’adeguata rete sociale e istituzionale di protezione.

La scuola è, per molti ragazzi, l’unico spazio in cui gli adulti li guardano davvero e possono accorgersi di qualcosa che non va. Questa funzione è preziosa e, pertanto, va protetta.

L’educazione va vista come un investimento strategico e deve essere destinataria di finanziamenti cospicui per far sì che l’ampliamento dei servizi preceda le emergenze anziché rincorrerle.

Chiediamo, in sintesi, una società che si prenda davvero cura dei propri figli. Prima che sia troppo tardi.