Torniamo ancora una volta sulla questione del riconoscimento dei buoni pasto per tutto il personale scolastico. Riteniamo, infatti, che essa debba essere affrontata con la necessaria priorità dal decisore politico. Si tratta, infatti, di colmare uno dei divari di welfare più evidenti dell’intero pubblico impiego.

Dirigenti scolastici, docenti e personale ATA rimangono gli unici lavoratori del pubblico impiego privi di questa voce contrattuale. La Legge di Bilancio 2026 rende la disparità ancora più evidente: innalzando da 8 a 10 euro la soglia di esenzione fiscale e previdenziale dei buoni pasto elettronici, ha ampliato il vantaggio per chi già ne beneficia, lasciando invariata l’esclusione di chi opera nella scuola. Una misura che vale per tutti i dipendenti pubblici e privati, tranne che per oltre un milione di lavoratori dell’istruzione.

La posizione del dirigente scolastico merita, poi, un’attenzione specifica. Il suo impegno è strutturalmente “omnicomprensivo”, come riconosce espressamente il CCNL di Area: la giornata lavorativa si distribuisce tra plessi diversi, talvolta in comuni differenti, riunioni serali degli organi collegiali, eventi sul territorio, sopralluoghi e gestione di emergenze. Il confine tra orario di lavoro e tempo personale è per definizione labile e consumare il pasto fuori sede non è un’eccezione: è una necessità ricorrente connessa all’esercizio ordinario del ruolo. Subordinare il riconoscimento del buono pasto al superamento di una soglia oraria fissa sarebbe semplicemente inapplicabile a un profilo il cui impegno non si misura in ore ma in responsabilità. Escludere da un beneficio di welfare chi regge istituzioni scolastiche complesse – con responsabilità amministrative, gestionali e penali che non hanno equivalenti in altri profili del pubblico impiego – configura una disparità di trattamento priva di qualsiasi fondamento logico o giuridico.

È una questione di equità: il sistema educativo non può continuare a chiedere ai propri lavoratori standard di responsabilità elevati mentre nega loro il trattamento accessorio riconosciuto al resto della pubblica amministrazione.