Il Rapporto Annuale ISTAT 2026, presentato oggi alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, conferma una lettura che l’ANP sostiene da tempo: la scuola italiana è chiamata a farsi carico di fratture sociali, demografiche e territoriali sempre più profonde, senza che le risorse e il riconoscimento istituzionale siano adeguati alla domanda. È un mandato che ricade sulle spalle dei dirigenti scolastici e del loro personale ogni giorno, quantificato dal Rapporto con dati difficilmente contestabili.
Il quadro demografico è quello di un Paese che si contrae: 355 mila nascite nel 2025, il minimo storico, con un saldo naturale stabilmente negativo che solo la dinamica migratoria attenua parzialmente. La popolazione anziana (65 anni e oltre) rappresenta il 25,1 per cento del totale; quella giovanile fino ai 14 anni si ferma all’11,6 per cento. Questi numeri non sono solo statistiche: disegnano il bacino d’utenza futuro della scuola, le pressioni sul dimensionamento scolastico, le sfide dell’inclusione in contesti sempre più compositi.
Sul versante degli apprendimenti, il Rapporto conferma una criticità strutturale che l’ANP ha più volte segnalato: il 36,0 per cento degli studenti dell’ultimo anno della scuola secondaria di II grado presenta competenze insufficienti in italiano e matematica (dati INVALSI 2025). Un dato che non si spiega con la qualità dell’insegnamento in astratto, ma con la persistenza di squilibri territoriali e sociali che la scuola da sola non può colmare poiché richiedono investimenti stabili sull’azione educativa, sull’orientamento e sulla formazione dei docenti. Il risultato sull’abbandono precoce degli studi (ELET – Early Leavers from Education and Training) è invece incoraggiante: l’8,2 per cento, sotto la media europea del 9,1 per cento e già in linea con l’obiettivo UE 2030. Un traguardo raggiunto in anticipo, che testimonia la tenuta del sistema quando è supportato adeguatamente.
Anche il fenomeno dei NEET (Not in Education, Employment, or Training) resta significativo, con un’incidenza che nel Mezzogiorno raggiunge il 20,2 per cento, mentre continua il disallineamento tra formazione e mercato del lavoro. Il Rapporto segnala che molti giovani, pur avendo completato percorsi formativi qualificati, faticano a valorizzare le competenze acquisite: il 23,7 per cento dei laureati occupati tra i 25 e i 34 anni svolge professioni a media o bassa qualifica. Parallelamente, la quota di laureati nella fascia 25-34 anni si attesta al 31,6 per cento, ancora significativamente al di sotto della media europea del 44,1 per cento.
Rileviamo anche il dato sui docenti di sostegno, il cui numero è più che raddoppiato nell’ultimo decennio. È il segno di una scuola che ha risposto all’inclusione con impegno reale, ma quella risposta esige oggi continuità, stabilità e valorizzazione professionale, non può restare affidata alla supplenza e all’emergenza.
Il Rapporto ricorda, infine, che il titolo di studio continua a incidere profondamente sulle opportunità di vita, di lavoro e di partecipazione sociale: al contempo, anche i condizionamenti familiari e territoriali restano determinanti, con divari che rischiano di consolidarsi in disuguaglianze permanenti. A questo si aggiunge che la spesa pubblica per l’istruzione, sebbene in crescita in valore assoluto, resta inferiore alla media europea in rapporto al PIL, mentre negli ultimi anni il sistema educativo ha ampliato la propria offerta formativa – dai percorsi tecnico-professionali agli ITS Academy, fino alla nuova filiera “4+2” – nel tentativo di rafforzare il collegamento tra istruzione, innovazione e lavoro.
L’ANP ritiene che investire nella scuola significhi investire nella tenuta democratica, sociale ed economica del Paese. Senza un forte rilancio del capitale umano e delle opportunità offerte ai giovani, nessuna strategia di sviluppo potrà produrre risultati duraturi, giacché non è possibile chiedere alla scuola di affrontare emergenze educative, sociali e territoriali sempre più complesse senza un adeguato sostegno strutturale.